Rosie the Riveter e le altre donne che hanno aperto la strada alla rivoluzione digitale

"Ho 99 problemi, ma creare software non è uno di questi".

Per i sostenitori del girl power, Rosie the Riveter rappresenta quell’atteggiamento forte e positivo che ha ispirato milioni di donne a entrare nella forza lavoro industriale durante la seconda guerra mondiale. Ma non fatevi ingannare dall’apparente regressione del fenomeno Rosie: oggi la sua figura è più importante che mai, con la straordinaria vittoria della squadra di calcio femminile statunitense nei mondiali, la stupefacente conquista di Wimbledon da parte della fenomenale Cori “Coco” Gauff e l’incredibile evoluzione nello sviluppo software guidata dalle donne.

Nell’era in cui i software collegano tutti e tutto, Rosie ci ricorda i contributi apportati dalle donne alla rivoluzione digitale e ci ispira a opporci e a fare fronte ai pregiudizi di genere.

Tuttavia, è importante ricordare che i pregiudizi di genere non colpiscono solo il mondo femminile. Sono un errore di sistema che ci riguarda tutti. Secondo alcuni studi, dare priorità all’avanzamento professionale e alla parità salariale femminile farebbe progredire l’economia della sbalorditiva cifra di 12mila miliardi di dollari entro il 2025.

Houston, abbiamo un problema!

In sostanza, raggiungere la parità femminile nel settore tecnologico potrebbe portare più innovazione e crescita economica che mai. Eppure, quando si parla di leader della rivoluzione digitale, solitamente sono le figure maschili a prendersi tutti i meriti. Il paradosso è che le donne sono state pioniere dello sviluppo software e hanno aperto la strada ai voli nello spazio e alla trasformazione digitale. Parliamo di figure semisconosciute, come Ada Lovelace, la matematica britannica del XIX secolo che ha scritto il primo programma per computer, e delle pioniere del software Grace Hopper, Jean E. Sammet, Fran Allen, Arlene Gwendolyn Lee e Dorothy Vaughn.

Tutte loro ci hanno insegnato come realizzare applicazioni per computer prima ancora che esistesse la scrittura di software. Oh, e Lee e Vaughn erano donne di colore. Vale anche la pena sottolineare che metà dei programmatori che hanno realizzato il primo computer digitale dell’esercito degli Stati Uniti erano donne.

Un barlume di speranza

Le cose hanno iniziato a cambiare negli anni ’80. È allora che la domanda di PC e applicazioni personalizzate è letteralmente esplosa e la quota di laureate in scienze informatiche ha iniziato a precipitare dal 37 % ad appena il 18 % di oggi. Tuttavia si intravede un barlume di speranza: la percentuale di laureate in scienze informatiche sta risalendo, al punto che le donne costituiscono ora più della metà dei neolaureati e dei giovani sviluppatori che entrano nel mondo del lavoro.

D’altro canto, un numero sproporzionato di donne rimane bloccato in posizioni di livello junior, cosa che alimenta il divario di genere nelle posizioni dirigenziali prevalente in molte grandi aziende. Ecco qualche esempio:

  • Nelle 1000 aziende statunitensi dal fatturato più elevato, le donne costituiscono solo il 19 % dei CIO
  • Nelle aziende Fortune 500, le donne costituiscono solo il 17 % dei CIO
  • Nelle aziende Fortune 100, le donne costituiscono solo il 22 % dei CIO

Questo, almeno, stando ai dati di Deloitte.

A questo proposito, di recente ho letto un articolo del New York Times secondo cui il giorno in cui la squadra di calcio femminile statunitense ha vinto il campionato mondiale, la squadra maschile ha perso una finale regionale. Eppure la questione della parità salariale per le donne ha scatenato un dibattito controverso, anche se la squadra femminile ha prodotto più fatturato di quella maschile.

È ora di modificare la discussione

“Credo che sia finito il tempo del: valiamo abbastanza? Dovremmo avere la stessa retribuzione? Il mercato è lo stesso? Bla, bla, bla”, ha dichiarato la centrocampista americana Megan Rapinoe. “È ora di portare avanti la discussione e passare alla fase successiva”.

Lo stesso vale per le donne in campo tecnologico. Questo mi ricorda un’intervista che abbiamo realizzato di recente con Lisa Heneghan, Global Lead di KPMG nel settore Technology Consulting Practice. Heneghan guida un’enorme rete di oltre 10 000 professionisti per aiutare i clienti a trasformare le strategie di trasformazione digitale in risultati aziendali. Come sponsor del programma di KPMG “IT’s her Future”, Heneghan ha analizzato il business case per attrarre più donne nel settore tecnologico e favorire lo sviluppo proattivo della carriera di quelle che vi lavorano già.

“Penso che sia il momento più adatto per spingere al massimo verso la diversità aziendale”, afferma Heneghan. “Se vogliono avere successo in un mondo sottoposto a una rivoluzione digitale totale, le aziende devono sviluppare una sorta di ossessione nei confronti del cliente. E non è possibile farlo senza un maggiore grado di diversità”.

Sfatare il mito della "paura della tecnologia nelle donne"

“Una delle cose che ho intenzione di approfondire, quindi, è il modo in cui le competenze richieste dalla realtà tecnologica odierna sono cambiate rispetto a 5 o 10 anni fa. Penso che, in realtà, queste competenze coincidano quasi completamente con quelle di cui le donne sono naturalmente dotate”.

Parte della sfida, afferma Heneghan, consiste nello sfatare il mito per cui si crede che le donne non vogliano avere a che fare con la tecnologia. Secondo Heneghan, le capacità innate che le donne possono offrire sono davvero necessarie nell’economia digitale. Parliamo di collaborazione, apertura all’apprendimento, instaurazione di relazioni.

Questo perché, nell’economia digitale, tali competenze sociali di alto livello sono fattori essenziali per il successo. Ma non è il caso di fraintendere: secondo Heneghan, questo non significa che non ci sia anche bisogno di donne dotate di competenze più tradizionali, inerenti a Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica (le cosiddette “STEM”). C’è spazio per entrambe le cose.

“La maggior parte delle organizzazioni chiave ha già implementato una serie di iniziative in tal senso”, afferma Heneghan. “Tuttavia, molte di loro non pensano che sia qualcosa su cui investire. KPMG, invece, sta davvero cercando di trasformare il business case per la diversità in risultati aziendali e sta facendo notevoli passi avanti”.

Perché la diversità di pensiero è importante

“La diversità (di genere) non è uno specchietto per le allodole o una spunta su una casella in un elenco di requisiti in materia di diversità”, dice Heneghan. “La verità è che non si può essere un’azienda focalizzata sul cliente se non si è in grado di creare una tecnologia che funzioni per tutti. E non è possibile farlo se non si sfrutta anche la diversità di pensiero all’interno della propria organizzazione”.Ecco un altro modo di vederla. Secondo Google, le donne controllano o influenzano oltre l’80 % della spesa dei consumatori e più di 20mila miliardi di dollari di spesa dei consumatori a livello mondiale. Dunque perché le aziende tecnologiche non danno maggiore priorità all’assunzione di una forza lavoro che rifletta meglio i consumatori che acquistano e utilizzano i loro stessi prodotti?

“Le aziende di maggiore successo riconoscono che l’unico modo per sfondare è sfruttare la diversità di pensiero”, spiega Heneghan. “Ed è per questo che nel tuo team devono esserci anche le donne”.

C’è qualcuno che vuole presentare la sua testimonianza?

 

 

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